Come si dice “stronzata” a Bamako?

Il piano militare franco-africano per il Mali è “crap”, una stronzata, ha detto Susan Rice, ambasciatrice americana all’Onu con tanta voglia di andare al dipartimento di stato (con questa verve diplomatica, dove sennò?), secondo una fonte riportata da Foreign Policy. Ma a parte la fama ormai consolidata da elefante in una cristalleria, Rice non ha torto in quel che dice.
13 DIC 12
Ultimo aggiornamento: 11:03 | 6 AGO 20
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Il piano militare franco-africano per il Mali è “crap”, una stronzata, ha detto Susan Rice, ambasciatrice americana all’Onu con tanta voglia di andare al dipartimento di stato (con questa verve diplomatica, dove sennò?), secondo una fonte riportata da Foreign Policy. Ma a parte la fama ormai consolidata da elefante in una cristalleria, Rice non ha torto in quel che dice. In Mali c’è stato il secondo golpe militare nel giro di dieci mesi, organizzato dal capitano Haya Sanogo contro il premier Modibo Diarra, deposto e imprigionato. Da quanto trapela, il colpo di stato è finalizzato proprio a impedire l’intervento militare nel nord del Mali così gradito alla Rice. La comunità internazionale si trova così priva di un interlocutore istituzionale legittimo a Bamako, che avalli l’intervento militare, e con il paese diviso in due: nella capitale decide tutto un ombroso e pazzotico capitano Sanogo, mentre lo stato di Azawad ha proclamato la secessione ed è sotto il controllo indisturbato delle milizie di al Qaida e dei movimenti jihadisti, con la protezione di migliaia di ex combattenti tuareg addestrati dal fu colonnello libico Gheddafi. “Il Mali è oggi terreno di coltura del terrorismo”, avverte un ministro del Mali, Rokia Guikine. “Si sta formando un Sahelistan, più pericoloso dell’Afghanistan talebano”, rincalza Laurent Fabius, ministro degli Esteri francese. Ma all’atto pratico, il multilateralismo propagandato da tutti produce risoluzioni dell’Onu e piani militari spostati, quando va bene, di almeno un anno. L’Azawad è ormai un consolidato polo d’attrazione per centinaia di jihadisti arabi che arrivano in massa negli aeroporti internazionali di Timbuctù e Gao, in cui vige la sharia (oltre al contrabbando di armi e droga).
In questo quadro, stupisce che l’accorto Romano Prodi abbia accettato l’incarico di inviato speciale del segretario dell’Onu, Ban Ki-moon, per il Mali. Ignaro del contesto, il cui baricentro è la decennale rivolta dei cinque milioni di tuareg del Sahel (tanto temuta dalla decisiva Algeria da consigliarle il freno nei confronti di ogni iniziativa militare), Prodi ha appena convocato una riunione a Roma, alla Fao, tra le nazioni coinvolte nella crisi. Poco si sa dei lavori – a porte chiuse – ma a giudicare dal golpe arrivato qualche giorni dopo il vertice e dall’insofferenza della Rice, non dev’essere accaduto nulla di risolutivo.